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11 SETTEMBRE 2001, LE VERITA' NASCOSTE (1 in linea) (1) Visitatore
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Discussione: 11 SETTEMBRE 2001, LE VERITA' NASCOSTE
#4236
edoardo sky (Utente)
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11 SETTEMBRE 2001, LE VERITA' NASCOSTE 4 Mesi, 2 Settimane fa Karma: 0  
E' ormai oltre un anno che l'argomento 11 settembre ha suscitato la mia curiosità. Mi chiamo Edoardo, ho 18 anni e scrivo da Pescara. Durante quest'ultimo anno ho cercato in ogni modo possibile di informarmi su questo tema, leggendo tutti i libri e non solo che trovavo in libreria a sostegno sia della versione ufficiale che a riprova della sua falsità.
Anche per stimolare l'interesse nelle persone a me vicine e coetanee ho deciso di scrivere la mia, o meglio di buttare giù uno scritto, un documento, con cui cercare di stimolare negli altri la stessa voglia di verità che aveva colpito me mesi prima..
Il risultato è stato questo scritto, e lo pubblico qui così che se siete realmente interessati potrete dargli un'occhiata..
Non pretendo che sia un granchè, ma so solo che c'ho messo tutto l'impegno possibile..
Grazie per l'ascolto, e nel caso siete interessati buona lettura, sono una sessantina di pagine. Sfortunatamente le immagini non credo si siano caricate, quindi questo è solo il testo. Chi è interessato alla lettura del documento materialmente (e ovviamente gratis!! ) può contattarmi via mail o sul mio blog www.edoardodp.spaces.live.com
Cordiali saluti!!

Edoardo


CAPITOLO 1.

E’ difficile per tutti.

Quello che stiamo per trattare è un argomento molto complesso e denso di conseguenze.
Non si tratta di un evento morto, passato, di un qualcosa che non ha relazione con il presente, ma al contrario di un avvenimento in stretto legame con molto di ciò che avviene oggi in tutto il mondo.
Non dobbiamo mai dimenticare, quando parliamo dell’11 Settembre 2001, che esso ha condizionato e condiziona tuttora le decisioni prese da molte autorità e istituzioni.
Stiamo combattendo due guerre generate da questo evento, che hanno prodotto la morte di migliaia di soldati della nostra coalizione Occidentale, e di svariate migliaia in più di cittadini Iracheni e Afghani. Sono state approvate leggi che altrimenti non avrebbero mai visto la luce, sono stati compiuti pesanti crimini nel nome delle vittime di quella terribile giornata.
L’11 Settembre non è finito con la polverizzazione totale del World Trade Center di New York, né con le briciole del volo precipitato in Pennsylvania o con le immagini della facciata crollata del Pentagono.
Questo evento è stato e continua ad essere come un macabro velo che oscura la ragione di fronte alle nostre scelte non solo di politica estera. È come una cicatrice. Se noi ci scottiamo un giorno al fornello, la cicatrice rimarrà e continuerà a bruciare per molto tempo e a condizionare le nostre azioni prima che non ci facciamo più caso, e nel frattempo fasciandoci la mano ferita useremo l’altra.
Così è per l’11 Settembre, che ha di fatto creato una profonda ferita nel cuore non solo degli USA ma dell’ Occidente intero, noi compresi.
L’11 settembre 2001 il nostro modo di vivere la storia e gli equilibri geopolitici di tutto il mondo entrarono in una nuova fase.
La politica estera di ogni singolo Stato Occidentale risente ancora dei condizionamenti provocati dagli eventi di quella tragica mattina di fine estate.
Tutti ricorderanno per sempre quella data in cui 19 uomini armati di taglierini, addestrati e spinti all’odio dallo Sceicco del terrore Saudita Osama Bin Laden - autore di altri terribili attentati alle ambasciate Americane in Tanzania e Kenya soltanto pochi anni prima - si imbarcarono su quattro aerei passeggeri di collegamento tra metropoli della costa est Americana ed altre della costa Ovest.
Nessuno oserà dimenticare costoro che per mezzo di taglierini e finte bombe fabbricate con oggetti di fortuna insospettabili ai controlli prima dell’imbarco presero il controllo di questi quattro voli e li portarono alla morte. Al martirio.
Lo schema fu simile per ciascun volo. Cinque terroristi per ciascun aereo, tranne per il quarto su cui se ne imbarcarono solamente in quattro. Appena terminata la manovra di decollo e fatto arrivare l’aereo ad una quota sufficiente, essi fecero irruzione nella cabina di pilotaggio. Una volta uccisi i piloti il più addestrato al volo di ciascun gruppo si occupava dei comandi e con estrema freddezza portava inesorabilmente il velivolo contro l’obiettivo. I primi tre aerei centrarono il loro bersaglio, mentre il quarto finì esplose sui campi della Pennsylvania, nei pressi della cittadina di Shanksville.
Ufficialmente quest’ultima fase della missione non andò a compimento grazie a un manipolo di passeggeri i quali, intuito il piano suicida dei dirottatori, sacrificarono la loro vita ribellandosi e facendo così precipitare l’aereo in luogo scarsamente abitato nel tentativo di riprenderne i comandi.
Non è chiaro se siano stati i passeggeri a far precipitare l’aereo senza neanche provare a farlo atterrare o i dirottatori in un atto di vendetta estrema. Come spesso accade però la verità si trova nel mezzo, e probabilmente i passeggeri avevano almeno l’intenzione di provare a prendere il controllo della cabina, ma il pilota dirottatore non si arrese e la lotta per il possesso della cloche risultò una perdita di tempo fatale, visto che l’aereo già volava a bassa quota, essendo diretto verso la vicina Washington.
Tra i passeggeri vi era un ex pilota di aerei minori, ed è possibile che essi volessero almeno provare a far assumere a questo il controllo della cabina di pilotaggio prima dell’irreparabile. Tuttavia come ci dicono i fatti, pare ovvio che non vi siano riusciti.
Ma la tragedia non era destinata a concludersi con lo schianto degli aerei contro i rispettivi obiettivi, e della caduta del quarto aereo.
Il dramma maggiore arrivò nei minuti successivi.
Ormai metà del mondo stava seguendo incollata ai teleschermi ciò che stava avvenendo. Ciò è una peculiarità dell’11 Settembre, è la conseguenza del progresso portata all’estremo nel suo rapporto con la storia.
Ancor più che ai tempi dello sbarco sulla Luna, ancor più che nel caso dell’assassinio di Kennedy, per la prima volta nella storia dell’umanità abbiamo assistito tutti, rigorosamente in diretta, al cambiare della storia.
Non è stato come sentire un telegiornale la sera, non è stato come leggere un libro di storia, non è stato come leggerlo tra i titoli di un quotidiano.
In un certo senso eravamo presenti tutti noi. Penso sinceramente che nessuno di voi si sia dimenticato quelle immagini, quel primo pomeriggio così denso qui in Italia, come in ogni altra parte del mondo.
Ricordo che mi trovavo a casa dei miei nonni. Loro stavano riposando, io invece ero in cucina a guardare la tv. Guardavo dei cartoni animati, innocenti e allegri cartoni animati. Avevo 11 anni.
Ricordo che la casa era così silenziosa, quando all’improvviso i cartoni animati smisero e lo schermo si fece buio per un attimo. Dopo un istante la casa intera risuonò della sigla dell’edizione speciale del telegiornale, una sigla che io essendo bambino non avevo ancora mai sentito. La giornalista parlava con voce meno sicura del solito, ora che ci penso mi sembra che fosse meno truccata, come colta alla sprovvista, con la fronte aggrottata forse non ancora si rendeva conto che quella che stava annunciando in diretta nazionale sarebbe stata probabilmente la notizia più importante e sconvolgente della sua carriera, quella che alcuni giornalisti aspettano per anni e che a volte pare non arrivare mai, ma che alla fine giunge sempre quando meno te l’aspetti. Come per ricordarti che l’uomo non ha mai il completo controllo della propria vita, che la drammaticità c’è eccome, e guai a scordarsene quando ti coglie all’improvviso.
Ero piccolo ma già conoscevo le torri gemelle, ne avevo già sentito molto parlare e le avevo già viste in diversi film. Stavolta facevano un effetto diverso, erano diverse da come eravamo abituati a vederle, fumanti e colpite. Stavolta la realtà stava rapidamente superando qualsiasi trama di qualsiasi film. Sapete, quei film catastrofici in cui viene distrutta sempre qualche metropoli Statunitense, sembrava di vederne uno, e forse se non avessi visto subito che era il telegiornale per un attimo avrei pensato anch’io che si trattava di un qualche polpettone sulla fine del mondo, coi palazzi mezzi crollati e le più terribili sciagure.
Purtroppo non era un film. Così come la crisi di Cuba, come l’incendio del Reichstag, come Hiroshima e Nagasaki si trattava di un evento di un’enorme portata, di quelli che possono cambiare la storia in dieci minuti. Quelli che mai ti saresti aspettato, ma che una volta che decidi di vedere le cose da una diversa angolazione invece ti rendi conto che erano prevedibili eccome, magari non per il comune uomo della strada, ma per governi e agenzie di intelligence eccome.
Guardi il mondo con occhi disillusi e ti rendi conto che ogni evento ha le due facce della medaglia. Ci sono sempre. E così ti accorgi che i comunisti si erano impadroniti del governo di Cuba con una rivoluzione, ma poi capisci che anche gli Stati Uniti ne hanno fatte di cose poco etiche per cercare di spodestarli e istituire un’altra dittatura, filoamericana, come quelle del Sudamerica. Così dopo vent’anni di propaganda della dittatura ci si rese finalmente conto che a dare fuoco al parlamento negli anni del Terzo Reich non furono i poveri Ebrei, perseguitati in ogni dove, ma in realtà gli uomini dello stesso Hitler.
Così come è vero che serviva dare una lezione all’imperatore Hiroito nel 1945, ma che gli Stati Uniti decisero di farlo nel più barbaro e devastante dei modi, quando ormai in fondo la guerra stava già volgendo al termine. E così scopri che chi pilotò l’Enola Gay, l’aereo che sganciò la bomba atomica sul Giappone, soffre di incubi raccapriccianti ogni notte ancora oggi se è ancora vivo. Se così si può dire, come del resto è giusto che sia, sinceramente.
Napoleone, il grande imperatore francese, costituiva la duplice figura di difensore dell’orgoglio e della potenza transalpina, ma al tempo stesso fu il più grande nemico della rivoluzione francese. Fu colui che le diede il colpo di grazia e che portò via anche l’ultima possibilità di restituire alla Francia una vera democrazia, la cui possibilità le era già stata sottratta dal Direttorio.
Egli contiene in sé entrambe le facce della medaglia: come qualunque evento o personaggio storico presentò anch’egli un lato popolare, conosciuto, ma anche uno oscuro e nascosto.
Allo stesso modo ogni delitto, anche quello compiuto nella maniera più accorta e attenta possibile, lascia sempre delle tracce, qualcosa che possa far insospettire un detective e dargli un punto di partenza per una buona pista che lo conduca al colpevole.
Nessun delitto è perfetto.
Questa è l’ottica che dobbiamo assumere nell’esaminare gli eventi dell’11 Settembre 2001. Quello che bisogna capire è che i tremendi attentati di quella mattina non sono stati probabilmente oggetto di una accurata e imparziale indagine, come invece sarebbe dovuto accadere. Il lettore a questo punto si renderà conto di trovarsi di fronte ad un paradosso, chiedendosi “Ma come? Il più grande omicidio di massa della storia d’America del dopo guerra e non è stato investigato come si deve? Non è possibile!”.
Parrebbe proprio di no.
Riflettiamo un po’ e mettiamo in piedi un rapido ragionamento. Secondo la versione ufficiale, nonostante i ripetuti avvertimenti ricevuti dalle potenze estere, le principali agenzie di intelligence statunitensi (come la Cia e soprattutto l’Fbi in quanto i terroristi erano già sul suolo Americano da tempo ed è quest’ultima che opera, in teoria, entro i confini) non furono in grado di catturare o almeno indagare nessuno dei futuri 19 terroristi. A malapena ne ritennero alcuni sospetti, ecco tutto. O almeno questo è quello che ci dice la versione ufficiale dei fatti patrocinata dal governo Usa. Si tratta pertanto di una ricostruzione dei fatti basata sull’incompetenza. Le agenzie, secondo il governo e la sua versione dei fatti, furono colte completamente di sorpresa. Dormivano.
Ma allora quelle stesse agenzie, così annichilite e impreparate, come furono poi in grado di fornire immediatamente nome, cognome e cittadinanza dei 19 terroristi pochissimi giorni dopo gli attentati? Non era un compito semplice come può sembrare, infatti i loro nomi non erano in nessuna delle liste dei passeggeri imbarcati sui quattro aerei dirottati quel giorno diramate dalle compagnie aeree. Strano, non trovate? Bè, questa è solo la prima delle mille stranezze con cui ci scontreremo esaminando oggettivamente gli attentati dell’11 Settembre 2001.
Quando tutto accadde, sette anni orsono, l’impeto di sgomento e cordoglio generati dalla strage oscurarono ciò che invece avveniva in realtà. Questi sentimenti di foga e shock ci impedirono di guardare con oggettività ciò che avveniva. Con tutte quelle cose nell’aria e col rischio di una terza guerra mondiale mai così palpabile dopo la crisi di Cuba nessuno si rese conto di molte cose che non quadravano e che stavano accadendo sotto gli occhi di tutti.
Sull’onda del governo Usa, tutti si fiondarono sull’ipotesi che il mandante degli attentati fosse Osama Bin Laden, uno sceicco saudita figlio di un ricchissimo imprenditore edile, da un po’ di anni in latitanza e dedito a terrorismo e guerriglia armata.
Poco importa poi se il video in cui egli rivendica la paternità della strage sia in realtà probabilmente falso, in quanto colui che appare nel video dicendo di essere lo sceicco Bin Laden ha in realtà una carnagione ben più scura e appare molto più in carne del vero Osama, il quale ovviamente vivendo di spostamenti continui da caverna a caverna per sfuggire alle mani dei cacciatori di taglie non può essere soprappeso, ma al contrario presenta in tutti gli altri video in cui appare una corporatura assai smunta e trasandata.
Poco importa se il personaggio del video, identificato dal governo USA come il fanatico islamico Bin Laden, indossa nel video un anello pacchiano in oro, mentre la dottrina islamica vieta categoricamente agli uomini di indossare monili in oro.
Poco importa se secondo un’altra traduzione dall’arabo fatta da un’università tedesca gli uomini riconosciuti come Bin Laden, un altro sceicco e i loro complici presenti nel video non rivendicano gli attentati ma semplicemente chiacchierano raccontando ciò che è successo, mentre leggendo i sottotitoli forniti dal governo USA essi rivendicano con chiarezza l’attentato.
Poco importa se nel video Bin Laden mangia e gesticola con la mano destra, quando secondo l’identikit fornito dall’FBI sul proprio sito egli è mancino.
Ma allora, nel seguire queste indagini, cosa è importato?
Questo è solo un esempio di quanto esili siano in realtà le prove materiali, concrete, che il governo Americano ha per accusare Osama Bin Laden di essere il mandante dell’11 Settembre. Altre prove sarebbero un versamento di migliaia di dollari sul conto di uno dei dirottatori suicidi da parte di un luogotenente di Al Qaeda, la quale è tuttavia celebre per essere in realtà la legione araba della Cia.
Ma in realtà quello che i media e molti altri hanno spacciato per un “luogotenente di Al Qaeda”, finanziatore della strage, altri non era che un alto ufficiale dei servizi segreti Pachistani, l’ISI, il quale ha versato poco prima dell’attentato un saldo di 100'000 $ sul conto del futuro kamikaze Mohammed Atta, colui che poco dopo avrebbe portato il primo aereo a schiantarsi contro il WTC.
Quello che pochi sanno, è che spesso e volentieri la CIA e l’ISI hanno lavorato a braccetto.
Nei primi anni ’80, ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, i servizi segreti angloamericani diedero il via ad una imponente azione di addestramento della guerriglia locale contro il nemico sovietico e di incoraggiamento dell’estremismo islamico e religioso in generale.
Gli Usa puntualmente sostennero e finanziarono segretamente la guerriglia locale, facendo nascere inoltre molte cellule terroristiche, tra le quali è possibile che vi si trovasse anche la nostra Al Qaeda.
Solitamente su questo punto gli opinionisti si dividono, essendovi chi sostiene che a quel punto, dopo la ritirata sovietica, gli Americani abbiano perso il controllo delle cellule terroristiche, rivoltatesi contro di lei, e chi come me sospetta fortemente che in realtà le agenzie d’intelligence Americane e enti pseudo-governativi non abbiano mai perso il contatto con esse, ma che abbiano invece continuato a controllarle, per mezzo di agenti ben infiltrati in luoghi chiave.
Non vi sono in sintesi altre prove concrete di pubblico dominio in possesso degli Usa per affermare con certezza che sia Bin Laden il grande artefice degli attentati dell’11 Settembre.
Vi aspettavate di più, vero?
Il governo Usa ha sempre dichiarato di avere un gran numero di prove a favore di ciò che sosteneva, e all’inizio, pochi giorni dopo l’irreparabile, alcuni rappresentanti dell’amministrazione Bush dissero che sarebbero state tutte diffuse. Purtroppo l’attesa è stata disillusa: il governo Americano non ha mai mostrato queste prove, apportando sempre la scusa che fossero “troppo segrete e che potevano compromettere le indagini”. Queste prove sarebbero così segrete che nemmeno alla “Commissione Indipendente sull’11 Settembre”, l’organismo incaricato allora di indagare sull’accaduto, fu permesso di vederle. Neanche ai capi di Stato stranieri che si accingevano ad entrare in guerra come alleati degli Stati Uniti fu permesso di visionarle. Ormai sono sette anni che aspettiamo queste prove, ma sono così segrete che non sono mai state mostrate a nessuno, così segrete che con ogni probabilità semplicemente non esistono.
La commissione d’inchiesta menzionata precedentemente fu anch’essa un fallimento, se non un vero e proprio insabbiamento. Essa al termine dell’indagine stilò 571 pagine di rapporto, che avrebbero dovuto svelare ogni arcano e dubbio su ciò che avvenne quel giorno di terrore, ma fu il contrario.
Per farvi capire la serietà con cui la commissione, presieduta dai politici Kean e Hamilton, basterà fare alcuni chiari esempi.
In tutta la sua lunghezza, il rapporto non menziona praticamente mai l’edificio numero 7 del World Trade Center, uno di quelli crollati quella mattina e che costituisce uno dei più grandi punti di domanda nell’ambito dell’11 Settembre, e anche quando lo menziona ne parla brevemente e senza soffermarsi più di tanto. La commissione non sembra affatto interessata a sapere cosa ha indotto l’edificio numero 7 a crollare.
La stessa noncuranza è il filo conduttore dell’intero resoconto dell’indagine, il quale spesso e volentieri si limita a dare per scontata ogni conclusione a cui era arrivato prima di lei il NIST, l’ente incaricato dal governo di studiare le dinamiche e le cause dei crolli degli edifici collassati quella mattina.
Spesso poi il rapporto si sofferma in lunghe digressioni tutto sommato di scarsa rilevanza nei confronti dell’indagine.
Inoltre i membri della commissione d’inchiesta non ebbero mai il permesso di andare di persona a ground zero, a Washington o in Pennsylvania ad esaminare di persona le prove e le scene del crimine. Pur essendo incaricati di portare avanti un’indagine sull’evento più importante dall’inizio del nuovo millennio, essi non andarono mai di persona ad analizzare le macerie, i resti, i corpi delle vittime. In poche parole essi si comportarono come un detective che deve indagare su un importante omicidio, avvenuto sotto gli occhi di tutti, ma che non esce mai dal suo studio per indagare la scena del crimine e cercare prove di persona, dichiarandosi però sicuro di sapere chi è il colpevole.
A mio modesto parere questo è un fatto assai grave.
E’ importante inoltre sottolineare che, eccetto ai soccorritori e agli operai incaricati dello sgombero delle macerie, a praticamente nessuno fu permesso di visitare i luoghi incriminati.
Una piccola eccezione fu costituita da un piccolissimo gruppo di esperti inviati a Ground Zero dalla FEMA, l’ente federale per la gestione delle emergenze: la BPAT.
Questa “piccola squadra di detective” subì ogni genere di limitazione. Doveva essere una squadra di investigazione sul più grande crimine del ventunesimo secolo, e le fu attribuito un budget inferiore a quello della commissione che indagò sullo scandalo di Monica Lewinsky, amante dell’ex Presidente Bill Clinton. Io credo che non ci siano parole per una cosa simile, e la ritengo a dir poco oltraggiosa.
Ma il meglio doveva ancora arrivare; infatti la squadra di esperti ricevette il permesso di visitare ed esaminare il luogo della tragedia nell’Ottobre del 2001, cioè pressappoco un mese dopo gli attacchi.
Il fatto sconvolgente è che quando fu permesso agli esperti di entrare gran parte delle macerie degli edifici era già stata rimossa. Il sindaco Giuliani infatti non si preoccupò di aspettare prima di dare il via alla rimozione delle macerie.
E’ assurdo, oltre che inammissibile, che il sindaco di New York si sia permesso di dare inizio allo sgombero delle macerie già meno di un mese dopo la tragedia, quando il 24 Settembre 2001 il numero dei dispersi era ancora di 6453 unità. Come è possibile che gli sia stato concesso di toccare anche una singola trave d’acciaio quando era passato così poco tempo e le operazioni di riconoscimento e ritrovamento delle vittime erano ancora in pieno svolgimento?
Un altro aspetto gravissimo di questa vicenda è che in tal modo, iniziando la rimozione la scena del crimine fu completamente manomessa.
Quando gli investigatori arrivarono finalmente a Ground Zero purtroppo il danno era già stato ampiamente fatto. Ad essi non fu consentito di soffermarsi dove volevano o di girare liberamente per le macerie, e al contrario dovettero accontentarsi di una specie di giretto turistico nelle macerie.
Fu calcolato inoltre che dopo nei sei mesi successivi all’11 settembre a ground zero l’80% delle macerie ferrose era già stato compromesso o portato via. I detective scoprirono poi con grande sorpresa di avere meno autorità degli addetti alla pulizia, in quanto quando chiesero loro di fermare la rimozione delle macerie essi gli risposero semplicemente che non avevano l’autorità per farlo. Per la cronaca, la società che si occupò di eliminare i ruderi fu la “Controlled Demolitions inc.”, la stessa che si occupò di demolire ciò che restava dell’edificio federare di Oklahoma City, fatto saltare in aria nel 1995.
La completezza delle macerie era fondamentale per poter studiare bene la risposta della struttura portante d’acciaio delle torri agli urti ricevuti e per capire in via definitiva se al loro interno si erano mai sviluppate temperature così alte da provocare la fusione dell’acciaio. Ma di questo parleremo in maniera più approfondita in seguito.
Dei milioni di frammenti e travi rimasti delle torri se ne salvarono dal riciclo soltanto
Ritornando ai nostri esperti in gita turistica a Ground Zero, è opportuno ricordare che fu negato loro anche di visionare molte carte progettuali, e quelle poche che essi riuscirono ad esaminare furono loro concesse con molte riserve.
Nel frattempo con questa burocrazia si perdeva del tempo prezioso, mentre gli operai lavoravano giorno e notte a New York per portare via le macerie. Questi rottami metallici, queste travi vennero poi vendute alla Cina e ad altri paesi Asiatici, i quali si affrettarono a riciclarli per riutilizzarli nell’industria siderurgica. Pertanto praticamente tutto quello che rimaneva delle Twin Towers fu cancellato per sempre. Il cemento e l’amianto degli edifici si polverizzarono al momento del crollo, ricoprendo l’estremità meridionale dell’isola di Manhattan di una polvere grigia finissima, facendo assumere all’intera area un aspetto quasi lunare. Sono moltissime le persone che in quei giorni prestando soccorso nel luogo del crollo respirarono queste sostanze tossiche e cancerogene che ora, se sono ancora vive, ne pagano le atroci conseguenze. L’acciaio che costituiva il resto della struttura portante e che era sopravvissuto al crollo fu quindi portato in Asia per essere fuso e riciclato, e non potè mai essere studiato né esaminato per determinare le cause del crollo, che al di là di quello che si possa pensare sono tutt’altro che chiare.
E’ sospetto oltre che inquietante il fatto che l’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani abbia avuto così tanta fretta nel cominciare lo smaltimento delle macerie ferrose del World Trade Center, visto che tra l’altro non erano esse ad essere tossiche, ma la polvere che si era depositata ovunque, e che quindi singolarmente non potevano comportare ampi rischi per la salute della cittadinanza.
Una strana coincidenza volle che casualmente il mandato del sindaco terminasse a Dicembre 2001, e che quindi forse egli avesse fretta di cancellare la scena del crimine prima che col termine del mandato non gli fosse più possibile farlo.
Quello che dobbiamo domandarci è cosa c’era di tanto pericoloso e sospetto in quelle macerie? Per quale motivo esse dovevano sparire il più velocemente possibile, prima che qualunque esperto o investigatore potesse vederle e esaminarle?
E’ evidente che qualcosa in esse doveva rimanere nascosto, ed essere eliminato il prima possibile.
In sostanza, negli Stati Uniti non furono condotte vere e proprie indagini per scoprire ciò che fosse avvenuto in realtà, per il semplice motivo che tutti accettarono come dogma che il mandante fosse Osama Bin Laden.
Quindi sul più grande delitto della storia d’America si è indagato meno che mai. La giustizia non ha mai messo in dubbio ciò che le veniva detto di credere dalle autorità, e col passare del tempo l’ondata di patriottismo che sommerse il popolo Americano non rese di certo la vita facile a chi voleva opporsi razionalmente alla versione dei fatti data dal governo.
Così come molte altre persone addirittura si indignano, quando si imbattono in chi dubita sulla veridicità della versione ufficiale. Esse sostengono che queste persone che dubitano non hanno rispetto per le vittime, che “simili teorie complottiste non dovranno essere accettate” (parola di Bush!).
C’è un pregiudizio di fondo, ancora oggi, che riguarda chi osa mettere in dubbio la ricostruzione dei fatti ufficiale dell’11 Settembre. Chi va contro il governo USA va contro l’America: chi sospetta è un antiamericano. Niente di più sbagliato! Se usiamo la testa, risulterà ovvio che chi vuole indagare per trovare i veri mandanti di questo atroce delitto, alla luce dell’insufficienza e della corruzione delle indagini ufficiali, è in realtà il più grande amico del popolo Americano.
Il governo ha sempre detto di avere prove decisive della colpevolezza di Bin Laden, Al Qaeda e il regime dei Talebani dietro l’11 Settembre, ma passano gli anni e visto che queste prove non ci sono mai state mostrate io ritengo sinceramente che sia più che lecito dubitare della loro esistenza, e quindi della legittimità delle due guerre che ne sono scaturite fino ad oggi.
Il primo ad esporsi e a notare le incongruenze di questi attentati, specie di quello al Pentagono, fu già nei primi mesi del 2002 Thierry Meyssan, politico e giornalista Francese, che scrisse “L’incredibile menzogna, nessun aereo è caduto sul Pentagono”, e il “Pentagate”, in cui rafforzava le proprie tesi.
Dopo incerte previsioni il libro andò letteralmente a ruba in tutto il mondo, venne stampato in decine di lingue e divenne un best seller, iniziando così a scalfire il muro del silenzio alzato dai mass media e dalle autorità a difesa delle debolezze della versione ufficiale, che trova uno dei suoi maggiori talloni d’Achille nella ricostruzione dei fatti al Pentagono.
Meyssan ricevette inviti in ogni parte del mondo per esporre le sue scoperte, tranne che in Occidente, dove il muro era ben più solido e dove bastava sospettare sulla versione ufficiale che si veniva subito guardati come infami. Meyssan ricevette molte minacce di morte, e spesso ignoti tentarono di “spingerlo” a ritrattare le proprie tesi, inutilmente.
Tra le altre cose il governo a stelle e striscie dichiarò Meyssan “persona non grata” negli Stati Uniti, una prova di quanto temesse già da allora la risonanza delle tesi dell’attivista transalpino.
Ma ormai era troppo tardi, l’incendio del dubbio era divampato e si era creata una breccia considerevole nel muro della versione ufficiale e di chi la sosteneva.
Con l’ausilio di internet e della forza di volontà dei primi sospettosi le incongruenze vennero presto a galla e iniziarono a diffondersi in tutto il mondo, anche in Occidente.
Negli anni successivi si vennero così a creare libere associazioni di persone, spesso esperti autorevoli, che mettevano apertamente in dubbio quello che ci era stato inculcato in mente dai media nei giorni successivi a quella terribile strage.
Ci sono molte persone in giro, male informate e che evidentemente si basano su pregiudizi, che ritengono che le teorie “cospirazioniste”, o comunque dubbiose sull’11 Settembre siano un’offesa ai martiri di quella data.
Evidentemente questi individui non sanno che tra i primi a sostenere la falsità della versione ufficiale vi sono proprio le famiglie delle vittime dell’11 Settembre, che vogliono giustamente che vengano trovati i veri assassini dei loro cari.
Il governo ha sempre eluso le domande poste da questi attivisti, a cui non ha mai pertanto voluto dare risposta.
Dopo Meyssan fu la volta di nuove scoperte e tesi sostenute da esperti e scrittori anche di una certa levatura, come il professor Steven E. Jones, ex docente di Fisica alla Brigham Young University, dove fu sollevato dal suo incarico dopo aver preso posizione sull’11 Settembre, il quale esaminò le stranezze nel crollo delle Twin Towers e si disse convinto che esse fossero state demolite per mezzo di una demolizione controllata.
David Ray Griffin, docente di teologia e filosofia all’Università di Dayton è, come Steven E. Jones e molti altri un esponente del gruppo degli “Esperti per la verita sull’11 Settembre”, parte del movimento per la verità sull’11 Settembre costituita da esperti e scrittori. In particolare il professor Griffin è autore dei libri: “La nuova Pearl Harbour, domande fastidiose sul rapporto tra l’amministrazione Bush e l’11 Settembre”, “Il rapporto della Commissione sull’11 Settembre: omissioni e distorsioni”, “L’11 Settembre e l’impero Americano”, “Smontando i debunkers dell’11 Settembre, una risposta a Popular Mechanics e ad altri difensori della versione ufficiale”, e molti altri. E’ opportuno ricordare che i debunkers sono coloro che tentano di dimostrare a loro volta la veridicità della versione ufficiale e le difficoltà delle teorie complottiste. Ne parleremo meglio in seguito.
Un altro dei principali esperti che ritengono falsa la versione ufficiale è Webster Griffin Tarpley, un grande pensatore, uno storico e un giornalista, grande esperto di terrorismo e spionaggio, il quale visse anche in Italia negli anni del terrorismo e che ha scoperto il fondamentale ruolo delle esercitazioni delle agenzie USA in ciò che accadde l’11 di Settembre.
Il suo libro più celebre sull’argomento è senz’altro “La fabbrica del terrore made in USA, origini e obiettivi dell’11 Settembre”, che il sottoscritto consiglia caldamente.
Della questione in Italia invece si sono occupati molto sulla sponda “complottista” Giulietto Chiesa, ex parlamentare europeo nonché autore del libro “Zero,perché la versione ufficiale sull’11 Settembre è un falso”, da cui è stato tratto un omonimo film. Un altro personaggio chiave nel mondo Italiano del dibattito sull’11 Settembre è Massimo Mazzucco, gestore del sito Luogocomune.it, nonché regista del film “Inganno Globale”, e di “La verità di cristallo”.
Nell’angolo opposto del ring, cioè dalla parte di chi sostiene la versione ufficiale, troviamo e Paolo Attivissimo, ex conduttore radiofonico, sedicente investigatore critico di bufale e leggende metropolitane, che conduce la sua battaglia specialmente attraverso internet sul suo sito undicisettembre.blogspot.com, ma che ultimamente ha partecipato attivamente alla stesura del libro “11 Settembre, la cospirazione impossibile, che fa un’analisi assai critica delle cosiddette teorie complottiste sull’11 Settembre, a parere degli autori poco probabili se non impossibili. Parleremo anche di lui.
Questa è una breve panoramica degli “schieramenti” in atto in questo dibattito dall’enorme portata storica.
Ma è ora che parliamo di noi.
Questo libro propone una visione disillusa e oggettiva dei fatti dell’11 Settembre 2001, e intende mostrare con la massima chiarezza tutti i punti oscuri e le contraddizioni della versione ufficiale, di cui metteremo a serio rischio la sopravvivenza nelle prossime pagine.
Il mio intento sarà quello di spiegare tutti i dubbi su questo argomento, con la maggiore semplicità possibile, cercando di raggiungere un pubblico di tutte le età, volendo coinvolgere anche i lettori più giovani, in quanto riteniamo che sia molto importante che chi era piccolo allora, chi è giovane oggi, chi avrà un giorno le redini del futuro sappia di cosa si parla e possa farsi una propria opinione.
Non pretendo di rivaleggiare con i miei illustri predecessori che ho illustrato prima e che sicuramente saranno più saggi del sottoscritto, né intendo negare di essere modesto rispetto a loro. Tuttavia mi auguro di riuscire a stimolare in voi l’interesse verso questo argomento, in quanto il vero scopo di questo libro è indurre voi lettori, voi persone qualunque come me ad informarvi realmente sull’11 Settembre 2001, a intraprendere una vostra personale ricerca della verità, con i mezzi che ognuno di noi ha a disposizione, in quanto al giorno d’oggi troppo spesso siamo succubi di ciò che ci dicono i mass media. Abbiamo la brutta abitudine di pendere dalle loro labbra.
“Cogito ergo sum” diceva il vecchio Cartesio, abile nel sottolineare l’importanza del pensiero nella vita dell’uomo. E quando un evento viene imposto per quello che in realtà non è, quando la logica ci porta in direzioni diverse da quelle ortodosse propinate dalle autorità, quando un atroce sospetto si infiltra nei nostri pensieri rendendoli improvvisamente più cupi, quando usando la ragione ci rendiamo conto che la realtà è molto più complessa e scomoda di quello che può sembrare, allora siamo autorizzati a dubitare. Possiamo definire ciò la “libertà del dubbio”.
Questa libertà non è rispettata al giorno d’oggi. Basta discostarsi anche solo di poco dalla massa per venire attaccati e umiliati, anche se non è scritto da nessuna parte che noi o la massa abbiamo ragione. Tuttavia nel mondo che ci circonda agli occhi di tutti la massa è nel giusto, la minoranza che dubita no. Questo è il messaggio che le autorità e i media ci fanno recepire, in quanto al giorno d’oggi la quantità è purtroppo molto più importante della qualità.
Sono convinto che anche in questo stia la causa della moria di ideali e pensiero originali che ha finora caratterizzato il ventunesimo secolo. E’ andato irrimediabilmente perduto tutto il lato positivo dell’anticonformismo, e si è finito con l’etichettare il concetto guardando soltanto al lato negativo, e a pensarlo solo come stravaganza, come stranezza. Al giorno d’oggi chi è anticonformista, chi va contro la massa o le autorità politiche e statali è semplicemente un disertore, qualcuno che non si riconosce parte del sistema. E spesso non tardano ad arrivare le critiche e le offese, spesso si viene fraintesi da chi vuole inquadrarci solo nella nostra ostinazione. Sovente mi è capitato di essere tacciato di “antiamericanismo” dalle persone che leggevano i miei articoli o con cui dibattevo sui forum di mezza Italia sull’11 Settembre. Niente di più sbagliato. Io amo l’America, e penso che gli Stati Uniti siano un paese magnifico, in cui ho anche molti parenti, alcuni dei quali vivevano anche a New York quel terribile giorno, e quindi lungi da me essere antiamericano. Ma le così non vanno sempre bene, anche in un paese tanto grande e glorioso.
La gente ha paura di quello che non capisce, e spesso il tuo avventurarti in mondi oscuri dove la verità è pura utopia genera incomprensione, perché le persone hanno paura di perdere il filo logico della loro esistenza, di affacciarsi su un incubo e scoprire che non c’è modo di svegliarsi. Così è per l’11 Settembre.
Le persone hanno paura a vedere le cose sotto una luce diversa. Ma a volte non accade così, e le persone che ti sono vicino si stringono attorno a te e ti incoraggiano, e improvvisamente, anche se col tuo pensiero stai andando contro tutto ciò in cui credono, tutti sono comunque al tuo fianco, e allora capisci che non è quello il momento di cedere, che non è più il momento di arrendersi. Devi andare avanti. Ed è più o meno così che sono andate nel mio caso le cose, ed è per questo che devo ringraziare tutti coloro che mi hanno sostenuto, perché senza di loro non sarei qui.
Questo libro è dedicato anche a loro.
Ma adesso basta parlare di noi.
Leggere questo libro significa sporgersi sull’orlo di un precipizio, significa guardare le cose in maniera totalmente disillusa e razionale. Bisogna abbandonare ogni sorta di pregiudizio o dogma che avevate in mente sulla politica che ci circonda, dovete eliminare ogni preconcetto dalla vostra mente. Altrimenti si rischierà di cadere in fraintendimenti e deviazioni dal reale messaggio che questo scritto intende lanciare.
Mettetevi comodi.
































CAPITOLO 2.

L’attacco al World Trade Center

La mattina di quel giorno maledetto più di metà degli Americani dormiva ignara di quello che stava succedendo sulla costa Est del loro Paese, complice il fuso orario.
Erano più di dieci anni che la guerra fredda era finita, e dopo la questione balcanica di fine anni ’90 l’inizio del nuovo millennio lasciava intravedere un barlume di speranza e di pace per gli anni seguenti. Poteva essere un nuovo secolo di gloria, e invece siamo stati catapultati nel “nuovo secolo Americano”, nella guerra infinita al terrorismo che ha visto la nascita del cosiddetto scontro di civiltà, la rischiosa espansione della N.A.T.O. nell’Est Europeo e il suo altrettanto pericoloso passaggio da alleanza militare difensiva a offensiva (avvenuto nel 1999).
Ma torniamo a New York.
E’ la mattina dell’11 Settembre 2001, gli impiegati stanno ricominciando a lavorare a ritmi serrati dopo la pausa estiva, i pendolari e i lavoratori sono ormai arrivati tutti ai loro uffici di Manhattan, e si stanno apprestando a cominciare le loro mansioni quotidiane.
Nella punta meridionale dell’isola di Manhattan vi era in particolare un complesso di palazzi e uffici straordinariamente importante, che costituiva il vero e proprio centro economico e direzionale della città: il World Trade Center, il cuore economico della grande mela.
Spesso si commette l’errore di identificare il WTC solo con le due torri, ma in realtà il complesso era composto da una piazza centrale, circondata da sei edifici, a cui fu però aggiunto nella metà del 2001 un settimo, il WTC 7, il quale sorgeva di fronte alla torre Nord, leggermente al di fuori del quadrilatero costituito dagli altri sei edifici, organizzati intorno ad una piazza monumentale.
Gli edifici del WTC 1 e 2 erano i celebri colossi gemelli di 110 piani. Si trattava di edifici dalla forma semplice, ma che trasmettevano una grande idea di forza e enormità. Di base quadrata di 63 metri di lato, le torri si slanciavano prepotentemente nel cielo fino a perdita d’occhio, e la vicinanza tra le colonne esterne da lontano dava l’impressione che non ci fossero finestre, e che fossero ancora più enormi e possenti. Erano indubbiamente un simbolo di forza.
La loro storia ha origine all’inizio degli anni ’60.
Sono anni di grande sviluppo per l’America, ormai delineatasi superpotenza mondiale insieme all’Unione Sovietica.
New York cresce in fretta, e l’isola di Manhattan è un continuo cantiere. Sorgono così molti grattacieli nell’area di Midtown, la sua parte centrale. Tuttavia mentre lo skyline della città cresce al suo Nord e Centro, la punta meridionale dell’isola più celebre del mondo è ancora modesta e spopolata in quanto a edifici di pregio architettonico.
David Rockfeller si fa allora portavoce di un gruppo di finanzieri che auspicano la nascita di un grande complesso finanziario e direzionale in quella zona. Detto fatto: il progetto viene presentato da uno studio di architetti giapponesi e nel 1966 i lavori sono già al via.
La spesa è faraonica, 335 milioni di dollari, ma il risultato non lo è da meno, e dopo sette anni vede la luce l’allora più imponente e esteso complesso di edifici direzionali. Anzi, il più grande complesso edilizio al mondo, senza ombra di dubbio. Per un breve lasso di tempo i grattacieli mantengono anche il record di palazzi più alti del globo, dall’alto dei loro 417 metri.
Tuttavia il record è destinato a durare solo pochi mesi, e viene loro usurpato dalla Sears Tower di Chicago, più alta di 14 metri. Poco male, a limitare i danni arriva presto un imponente antenna televisiva sulla cima della torre Nord Newyorkese, che rilancia la sua altezza a ben 526 metri!
Le Twin Towers ospitavano gli uffici di numerosissime aziende, agenzie e compagnie finanziarie.
Solo per citarne qualcuna, nella torre Nord avevano i loro uffici: la Zimamerican Israeli Shipping Company, la Bank of America, la Dun & Bradstreet, la Cantor Fitgerald International, la Lehman Brothers, la Dai Ichi Kangyo Trust Company of New York, i servizi finanziari dell’ambasciata francese, la Sidley Austin, l’International Trade Center, la Marsh USA (la quale ne occupava otto piani, di cui sette colpiti in pieno dal volo American Airlines 11 l’11 Settembre 2001), la Blue Star Line North America, la Crèdit Agricole, nonché moltissime emittenti televisive.
Alcuni tra gli inquilini della torre Sud erano invece: la Verizon, agenzia che si occupava di telecomunicazioni, la Sun Microsystems, la Oppenheimer Funds, la Morgan Stanley, i cui uffici occupavano addirittura 19 piani, la Fuji Bank, la Euro Brokers, la compagnia assicurativa AON, la Fiduciary Trust, la Brunette & Woods, nonché alcuni uffici governativi, come anche per la torre Nord.
Queste liste di aziende possono solo dare una minima idea di quante aziende trovassero ospitalità nelle torri del più grande complesso finanziario che esistesse al mondo. Si può solo avere idea di quante persone vi lavorassero, di quante vite si intrecciassero lì ogni giorno.
I piani 7-8, 41-42, 75-76 e 108-109 erano piani di servizio, cioè ospitavano i motori degli ascensori, e altre attrezzature meccaniche. Se osserviamo una qualsiasi foto del World Trade Center vedremo chiaramente delle bande scure orizzontali abbastanza larghe da essere ben distinguibili ogni 34 piani; quelli erano i piani di servizio. 44° e 78° piano ospitavano invece i due skylobby. Uno
skylobby è un piano adibito allo scambio di ascensori.
E’ semplice, se abbiamo un edificio assai popolato e alto 110 piani, semplici ascensori che salgono e scendono dal primo fino all’ultimo piano sarebbero assai sconvenienti dato il gran numero di persone che lavorano nel palazzo e hanno necessità di utilizzarli continuamente. Per risolvere il problema e per evitare intasamenti l’unica soluzione è un sistema di ascensori doppio: uno che percorra l’edificio in tutta la sua lunghezza ma facendo poche fermate, e un altro sistema di ascensori locali che si spostano tra i piani a cui si spostano gli ascensori principali. Facciamo l’esempio delle torri: in esse vi erano 23 ascensori espressi, che percorrevano la torre in tutta la sua altezza, i quali però fermavano solo in tre piani: il piano terra, la prima e la seconda skylobby, posizionati a decine di piani di distanza. Scendendo dall’ascensore in uno di questi livelli si prendeva un altro ascensore locale, che percorreva i piani tra le due skylobby.
Nell’illustrazione a destra si può notare la struttura e la percorrenza dei vari ascensori all’interno degli edifici.
Questo era un modo assai ingegnoso, sviluppato dalla ditta produttrice di ascensori Otis per ridurre le file e aumentare la disponibilità di ascensori nelle torri, in totale 97 per ciascuno dei due grattacieli gemelli.
E’ necessario ricordare però che le trombe degli ascensori erano collocate nella parte centrale dei due edifici, della cui struttura parleremo in seguito.
Differentemente dalle torri che dominavano il complesso gli edifici numero 3,4,5 e 6 erano molto meno slanciati e contenevano altre attività.
Il WTC 3, alto 22 piani, era sede del Marriot World Trade Center Hotel ed era situato tra le due torri.
Il WTC 4 con i suoi nove piani era prevalentemente occupato dalla Deutsche Bank, che ne occupava tre piani, e dal New York Board Of Trade, che aveva i suoi uffici in altrettanti livelli. Al piano terra dell’edificio vi era il centro commerciale del World Trade Center.
Il WTC 5 era anch’esso alto nove piani, e sorgeva sopra la stazione della metropolitana della WTC Plaza, la piazza centrale e gli edifici del complesso circostanti. Al suo interno il WTC 5 ospitava le rappresentanze di numerose aziende, tra cui la Credit Suisse First Boston, che ne occupava tre piani, e la Morgan Stanley, che era anch’essa affittuaria di tre piani nel palazzo.
Il WTC 6, alto otto piani, era occupato interamente dalla dogana e da sedi di uffici governativi, tra cui il cosiddetto “Ufficio per l’alcool, il tabacco e le armi da fuoco”, l’ “Ufficio per il lavoro del governo degli Stati Uniti”, e il Dipartimento federale del commercio.
Un discorso a parte meriterà il WTC 7, l’ultimo aggiunto al complesso proprio nel 2001, alto 46 piani, che conteneva tra l’altro uffici di alcune agenzie di sicurezza Statunitensi, ma anche l’ultra sicuro ufficio per la gestione delle emergenze del sindaco, una sorta di bunker da cui l’allora sindaco Giuliani aveva i mezzi per dirigere le operazioni in caso di grave emergenza.
Quest’ultimo edificio, di base trapezoidale, era stato costruito nel 1987 ed era di proprietà del signor Larry A. Silverstein, un ricco magnate e imprenditore, proprietario della “Silverstein Properties”. Egli però ebbe da subito difficoltà nel trovare affittuari per il suo edificio di 47 piani, dato che l’infinita quantità di potenziali uffici offerta dagli enormi palazzi del vicino WTC copriva già abbondantemente il fabbisogno di spazi di cui si sentiva la necessità. Ma ad influire negativamente sull’acquisto di uffici nel futuro WTC 7 fu la pesante crisi dei mercati finanziari del 19 Ottobre 1987, una delle più gravi mai verificatesi.
Col passare degli anni però i mercati cominciarono a riprendersi, per fortuna di Silverstein, e ditte e agenzie ricominciarono ad interessarsi al suo grattacielo e ad affittarne piani interi. Tra queste ricordiamo tra cui la “Salomon Smith Barney”, la maggiore inquilina del grattacielo l’11 Settembre 2001. Vi erano inoltre come segnalato prima anche diversi uffici di agenzie governative, oltre al rifugio per le emergenze del sindaco.
Era un ufficio assai ben equipaggiato, tanto che non pochi lo definirono un vero e proprio bunker, costruito soltanto due anni prima, ed era costato 13 milioni di dollari. Tuttavia Giuliani sorprendentemente l’11 Settembre 2001 preferì utilizzarne un altro, più lontano dal WTC. Fu tristemente, nonché stranamente, previdente nel decidere di non recarvisi, considerando che all’inizio degli attacchi nessuno ancora poteva immaginare che le torri non avrebbero retto e che lo stesso edificio 7 sarebbe crollato su sé stesso il pomeriggio seguente. Nel WTC 7 erano custoditi inoltre gli archivi relativi a numerosi scandali finanziari, tra cui quelli relativi al processo per il caso “Enron”, sicuramente uno dei più grandi casi di bancarotta della storia, irrimediabilmente perduti dopo le circostanze misteriose dell’11 Settembre che portarono al collasso dell’edificio che li ospitava.
Le torri in particolare essendo sede di moltissime società, ma anche di banche, agenzie finanziarie e compagnie assicurative erano quotidianamente visitate da decine di migliaia di persone al giorno, tra impiegati e turisti. Vi erano alberghi, sedi di ben quattro mercati azionari –vere e proprie borse-, un posto di polizia fisso, un pronto soccorso a parte, fermate della metropolitana e negozi a non finire. Nelle torri si trovavano inoltre anche eleganti punti di ristoro panoramici, il più famoso dei quali era il “Windows on the world”. Il “Windows on the world era situato al 107° piano della torre Nord, in cui spesso a quell’ora erano soliti fare colazione impiegati, ospiti e turisti.
Si trattava di uno dei più famosi ristoranti della città, nonostante non fosse il migliore in quanto a prelibatezza delle portate, ma era comunque elegante e piuttosto costoso. Tuttavia la vista che si poteva godere stando seduti a uno dei suoi tavoli era certamente indimenticabile, e quindi faceva senz’altro almeno in parte dimenticare il conto ai suoi clienti. Una curiosità, il ristorante aveva un rigido codice di prenotazione e vestiario. Si doveva entrare in giacca e cravatta per essere serviti, ma bisognava anche prenotare, altrimenti si veniva “condannati” a mangiare al bar del ristorante, la cui vista tutto sommato non era certamente peggiore.
Nel ristorante al momento dello schianto del volo American Airlines 11, avvenuto soltanto otto piani più in basso, erano presenti 160 persone, di cui 89 facenti parte dello staff del ristorante e 71 ospiti, che si trovavano lì probabilmente per partecipare ad una conferenza.
Si può soltanto immaginare quanto alto fosse il numero di persone presenti nelle torri quella soleggiata mattina di inizio Settembre. Si dice che nelle torri lavorassero oltre 50'000 persone ogni giorno, e che i visitatori al giorno fossero più di 30'000. Tuttavia, come dicevo precedentemente, a quell’ora erano presenti per fortuna pochi turisti ma sfortunatamente la quasi totalità dei lavoratori.
Dopo le otto di mattina, a New York City come in qualsiasi altra città terziaria del mondo, è il momento di affluenza dei lavoratori, all’inizio della giornata lavorativa.
Nonostante ciò, per fortuna non era ancora l’ora di massima affluenza nel complesso, che in quel momento ospitava “soltanto” la metà del numero di visitatori previsto quotidianamente.
L’ora di punta nel World Trade Center era più tardi, nella tarda mattinata, quando agli impiegati al lavoro si aggiungevano a frotte i turisti, i commercianti e i clienti del relativo centro commerciale, che come abbiamo visto occupava parte del WTC 4.
Ma torniamo in uffici pieni di scartoffie e computer, stavolta però non nelle torri.
Nelle vicinanze del complesso finanziario del WTC aveva la sua sede una ditta, specializzata in messaggistica istantanea, in servizi per la rete e attività simili: la Odigo, società israeliana che si occupa di informatica.
A causa della natura dei servizi offerti dall’azienda, spesso capita che impiegati lavorino fino a tardi, e che facciano il turno di notte. Così era accaduto quel giorno, e così la mattina dell’11 Settembre 2001, all’alba, i dipendenti sono già al lavoro.
All’improvviso accadde qualcosa di imprevisto, e due impiegati del “servizio ricerca e sviluppo e vendite internazionali” ricevettero sui loro computer un avvertimento agghiacciante via e-mail: qualcuno li avvisò che cose terribili stavano per accadere a New York, e che vi sarebbe stato un tremendo attacco al World Trade Center. Non c’era tempo da perdere, la mail diceva chiaramente che l’attentato sarebbe avvenuto di lì a poche ore, nell’arco della mattinata.
I dipendenti avvisarono immediatamente il direttore dell’azienda del contenuto del messaggio, che essendo di bandiera israeliana si affrettò ad informare i servizi di sicurezza del proprio paese natìo. Voci riportano che anche l’FBI venne allertata.
E poi? Nulla.
Per quello che ne sappiamo non venne approntata alcuna ulteriore misura di sicurezza al WTC, né l’FBI si interessò più di tanto al messaggio intimidatorio, forse non ritenendolo attendibile.
Questa notizia fu esaminata e pubblicata dal Washington Post il 26 Settembre 2001. Tuttavia da questo inquietante avvenimento nacquero vergognose leggende metropolitane che presero di mira soprattutto la nazionalità israeliana dell’azienda. Fu la scusa per alimentare gli ennesimi antisemitismi, che specie nel mondo arabo e gradualmente nel resto del globo cominciarono a circolare e a prendere sfortunatamente credito presso l’opinione pubblica. Si arrivò persino a dire che quel giorno quattromila impiegati ebrei che lavoravano nelle torri erano venuti a sapere in anticipo di ciò che stava per accadere e di conseguenza non si erano presentati al lavoro quel giorno nefasto. Niente di più falso. Questa è una semplice diceria razzista priva di fondamento, ventilata spesso da giornali mediorientali, vedi il quotidiano Haaretz, o da siti internet poco affidabili. Al contrario, tra le vittime del terribile attentato furono centinaia le vittime israeliane o di religione ebraica. Sarebbe opportuno riflettere a lungo sul perché vi sono persone sempre alla ricerca di una scusa per prendersela con una minoranza religiosa, con un popolo o una etnìa. Sarebbe opportuno riflettere su quanto sia facile al giorno d’oggi in una società solo apparentemente stabile e serena come la nostra ricadere nella trappola del razzismo, mai debellata con convinzione. La verità è che viviamo nell’ignoranza, nell’odio ingiustificato. E’ un mondo che si regge su strane regole il nostro, destinato in anticipo a cadere sotto lo stesso peso del suo odio, a soccombere in una guerra di idee sbagliate.
E’ inutile urlare in questo mondo, è inutile chiedere aiuto, perché non c’è nessuno che in realtà ci ascolti, a meno che non gli faccia comodo.
E’ il caso di un’ intera nazione che può essere oppressa da un regime teocratico e violento, di migliaia di persone innocenti che possono morire per difendere la libertà del proprio Paese, ma in questa storia la comunità internazionale tace.
A nessuno importa di quel Paese, che stranamente però richiama improvvisamente le attenzioni di tutti quando si decide di farvi passare un imponente oleodotto che permetta alle potenze Occidentali di evitare la strada della Russia nel trasporto di petrolio e combustibili fossili in genere verso gli insaziabili consumatori Europei e Statunitensi. Può accadere che una dittatura sanguinaria faccia il bello e il cattivo tempo in questo Paese per cinque anni, senza però che nessuno la fermi o soltanto si opponga, senza che nessuno ricordi al mondo che forse da qualche parte aleggiano ancora fantasmi chiamati “diritti umani” ma improvvisamente, quando fa comodo, tutti si riempiono di commozione e si rimboccano le mani per questo luogo di terrore e disperazione.
Questo Paese è l’Afghanistan, contemporaneamente terra di nessuno e terra di tutti, un Paese che non trova pace da…da sempre. Conteso, invaso, oppresso, il popolo Afgano è sempre stato dimenticato da tutto e da tutti, legato in fondo a un fiume, imponentemente costretto a vedere la propria terra rimanere instabile per garantire gli interessi altrui nell’area Sud-Asiatica.
Quante lacrime, quanto sangue abbiano visto scorrere le donne e i bambini Afgani non ci è dato saperlo, semplicemente perché la nostra mente intrisa di pseudo civiltà fatica ad immaginare come sia realmente la situazione in quel Paese. Fino al 10 Settembre 2001 le donne Afgane avevano il mesto primato nella classifica di quelle più maltrattate e dimenticate del globo.
Fino a quella data alle donne Afgane era fatto assoluto divieto di mostrarsi in pubblico, se non in compagnia di un parente stretto e ovviamente mai senza il burqa, un velo lungo dai colori spenti che le copre fino ai piedi, non potevano ricevere un qualsiasi tipo di istruzione, tantomeno praticare sport o presentarsi a feste o celebrazioni. Non potevano neanche indossare scarpe rumorose, mai e poi mai quelle col tacco, poiché sarebbero state troppo distinte, perché facendo rumore non sarebbero state sufficientemente invisibili mentre camminavano, quelle pochissime volte che potevano uscire. Nei decenni passati prese inoltre piede in questo Paese l’agghiacciante usanza di ricucire prima dell’adolescenza i genitali femminili, una pratica barbara e terrificante, che ha mietuto a furia di infezioni migliaia di vittime nel corso degli anni.
Questa era la situazione della donna sotto il regime Talebano, salito al potere nel 1996 e giunto alla sua fine (?) nell’ultimo bimestre del 2001.
Fino al 10 Settembre di quell’anno a nulla erano valsi gli appelli, a nulla erano servite le richieste d’aiuto e le denunce delle associazioni per la difesa dei diritti umani, ma curiosamente 24 ore dopo il mondo era disposto ad ascoltare.
Quando accadono simili disgrazie e ancor di più quando esse vengono reiterate per anni dovremmo sempre domandarci il perché, di chi sia la colpa, chi è che deve ritenersi responsabile per aver abbandonato l’Afghanistan a un destino tanto atroce.
La risposta non è la Russia, che vent’anni prima l’aveva invaso, né gli USA che vi avevano favorito l’avanzata dell’integralismo islamico, ma la risposta è: tutti.
L’intera comunità internazionale ha abbandonato l’Afghanistan al suo destino, l’ha sfruttato, spremuto e diviso fin quando era strategicamente utile, per poi gettarlo via come una spugna usata. E questa è solo la minore delle colpe, visto che è più che plausibile che sia stato volutamente lasciato al “suo” destino, per favorire interessi stranieri.
Ma torniamo ora ad esaminare cosa accadde nelle 24 ore successive a quel 10 Settembre di cui parlavamo. Correva l’anno 2001.
E’ una bella mattina di fine estate, c’è uno splendido sole. E’ una splendida giornata di sole a New York, ma il sole tramonterà presto quest’oggi.
Non sarà una giornata come le altre e per quasi 3000 sarà l’ultima.
Sono le 8.46 a.m. a Manhattan, nei tavolini fuori alle tavole calde e ai bar la gente sta tranquillamente facendo colazione, quando sempre più violento un rombo metallico e potente attraversa il cielo.
I Newyorkesi e soprattutto gli abitanti della principale isola della città non sono abituati a sentire il rumore dei motori di un aereo così da vicino. Infatti sull’isola lo spazio aereo è in larga parte chiuso a causa dell’altezza dei palazzi e dell’alta densità di popolazione residente.
Il rombo metallico si fa sempre più vicino, il rumore di fondo iniziale pian piano viene seguito da una lunga e sottile ombra che scorre sui tetti dei palazzi, finchè non si tramuta nel rumore di una tremenda collisione: l’aereo ha colpito un palazzo. Quale? Agli occhi dei passanti negli isolati adiacenti al punto d’impatto salta subito all’occhio una lunga e densa colonna di fumo, che fa capolino nell’azzurro di quella che per tutti avrebbe dovuto essere una splendida giornata di sole e che invece divenne più oscura e luttuosa di un incubo. Chi si trova già in ufficio in qualche alto palazzo riconosce subito il luogo da cui proviene l’alta colonna di fumo, chi si trova nelle strade sottostanti ne ha l’angosciante presentimento. L’aereo ha colpito la torre Nord del World Trade Center. Un gran numero di persone sopraggiunte in seguito non si rendono neanche conto che è stato un aereo a provocare lo squarcio largo e sottile tra il 93° e il 99° piano del grattacielo, piuttosto pensano alla detonazione di una bomba. Quelli che hanno intuito o che hanno sentito parlare di una collisione aerea pensano ad un incidente, uno strano però. Le circostanze sono sospette per trattarsi di un semplice incidente: il pilota aveva forse avuto un malore? E il copilota? Forse si erano guastati gli strumenti e il velivolo si era perso? Si ma come fare a non vedere la torre alta 417 metri del World Trade Center? E poi in pieno giorno, con una visibilità perfetta! Qualcosa non quadra decisamente.
Di conseguenza una gran folla si raduna in fretta nella piazza del WTC e nelle strade circostanti, si sa come accade in certe situazioni, quando accade una sciagura diverse persone fuggono dal luogo dell’incidente, ma molte di più si incuriosiscono e si accalcano nelle vicinanze per sapere cosa stia succedendo. Si sa, l’uomo è una bestia curiosa.
Tra i dubbi e lo sgomento generale dopo pochissimi minuti i primi soccorsi e le prime squadre di vigili del fuoco si fanno largo tra la folla che tenta di fuggire all’interno dell’edificio, ma le scale di sicurezza sono strette e accalcate, e si rivelano subito inadatte a subire un esodo di massa di quelle proporzioni. I pompieri non si lasciano intimorire, e intraprendono subito la risalita dell’edificio.
Contemporaneamente, gli inquilini della seconda torre, quella Sud, hanno assistito sconvolti alla tremenda esplosione avvenuta nei piani alti della torre di fronte a causa dell’impatto. Possono vedere più da vicino di chiunque altro il dramma che si sta consumando nella torre di fronte. Da lì esce fumo nero come la morte, si vedono fiamme e qualcuno che, evidentemente circondato dalle fiamme o dal fumo, ha preferito togliersi la vita gettandosi nel vuoto.
Un attimo per riprendersi dallo sgomento, e il panico si diffonde a macchia d’olio anche nella torre Sud. E’ una corsa alle scale di sicurezza, sono in centinaia a voler abbandonare l’edificio prendendo scale e ascensori, ma una volta giunti all’atrio gli addetti alla sicurezza invitano alla calma e all’ordine, e raccomandano alle persone in fuga dalla torre Sud di ritornare ai propri uffici, lì saranno al sicuro e non intralceranno le operazioni di evacuazione dell’edificio adiacente, colpito.
Purtroppo solo in seguto ci si rese conto di quanto questa comunicazione fosse sbagliata. Chissà quante vite in più si sarebbero potute salvare se l’evacuazione fosse stata completa e non ostacolata.
Nel frattempo arrivano a frotte le squadre di cameraman e operatori televisivi, una marea di giornalisti si riversa nelle strade sottostanti, tutti si chiedono cosa sia accaduto alla torre Nord, cosa l’abbia colpita e perché, se si sia trattato di un incidente o meno, se vi erano molte persone a bordo dell’aereo precipitato.
Il dubbio dura 17 minuti, poi tutto risulta fin troppo dannatamente evidente.
17 minuti dopo quello che sembrava ai più un incidente aereo sulla torre Nord si riavverte lo stesso rumore. Ad accompagnarlo la stessa ombra lunga e sottile, che si staglia ancora sui tetti dei palazzi, nelle strade, negli occhi delle persone che assistono così impotenti ad un nuovo impatto, stavolta contro la torre Sud. Sono le 9.03 e 11 secondi.
Il mondo intero tace per alcuni, lunghissimi, secondi.
Dev’essere un film, ma no, non lo è. Quante volte abbiamo visto immagini simili in televisione, quante volte al cinema abbiamo visto New York sotto attacco, forse così tante che un po’ alla volta ci eravamo convinti che nella realtà non sarebbe mai potuto accadere, era semplicemente impossibile.
Ma questa è la realtà, ed è stata sbattuta violentemente davanti agli occhi di tutto il mondo, per la prima volta da sempre milioni di persone hanno assistito in diretta allo scorrere del tempo. La storia era entrata in diretta nelle case di tutti, e quell’immagine era e sarà destinata a rimanere per sempre nella mente di tutti coloro che l’hanno vista, in un fotogramma televisivo abbiamo inconsapevolmente assistito alla morte di centinaia di persone.
In tutto il mondo la paura prende prepotentemente il posto del silenzio. Ognuno corre al telefono più vicino e chiama parenti e amici, per informarli di quello che sta accadendo e nel caso di chi si trova a New York di sincerarsi che stiano bene.
Ormai è chiaro a tutti che non si tratta di un incidente, ma di una precisa e sconvolgente azione concertata, di una portata mai vista, visto che non è destinata a finire lì, ma purtroppo sono in pochissimi a saperlo.
Trentaquattro minuti dopo fumo denso e nero si alza dal Pentagono, l’edificio simbolo della potenza militare Statunitense, e un’ora dopo il secondo schianto una quarta colonna di fumo si alza dal terreno circostante una vecchia miniera abbandonata nella campagna della Pennsylvenia.
Ma non è ancora finita. Una manciata di minuti prima di quest’ultimo evento le colonne portanti della torre Sud, la seconda ad essere stata colpita, cedono simultaneamente.
Sono le 9.59 e 4 secondi e l’edificio, 417 metri di acciaio, cemento arma
 
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